“Il cavallo come specchio”

Spesso nel mio lavoro, mi trovo davanti ad un quesito : sto chiedendo troppo a questo binomio, é la strada giusta oppure bisogna stare più in superficie?
Si monta a cavallo per svariati motivi, c’é chi si diverte ad occuparsi del proprio compagno, accudendolo nel miglior modo possibile, coccolandolo e proteggendolo, montandolo pochissimo e rispettandolo quasi come fosse fatto di vetro, come la mia adorata B.; c’é chi accetta il proprio cavallo anche se non sempre é come vorrebbe, anzi, ma non riesce a separarsi da lui e con tenacia affronta le sfide che incontra nel percorso magari anche modificando i propri obbiettivi come la piccola/grande V.; c’è chi adora la sua cavalla e seppur con poca esperienza sperimenta, facendo un grande lavoro su se stessa come la stravagante C.; c’è chi è combattuto se usare il quattrozampe per divertirsi con gli amici in campagna, oppure approfondirne la conoscenza con le difficoltà che questo percorso comporta come il nostro mitico A.; c’è chi innamorato di alcuni di loro, pur con poca esperienza ci si dedica con dedizione e passione, con osservazione acuta assorbe al meglio tutti i momenti magici che si creano durante l’ascolto, durante lo scambio che scaturisce attraverso la comunicazione, come S.; c’é chi prova con fatica il cambiamento delle vecchie credenze, ora abbandonandosi al nuovo livello di conoscenza ( anche di sè stesso), ora ritornando indietro, per poi riprovarci con grande sofferenza, perché crescere è faticoso, e con un cavallo che è “tanta roba” lo è ancora di più, come M.; c’è chi ci prova, a far fare ai cavalli i nostri terapeuti, ma solo in punta di piedi, per poi ritrarsi, senza ancora trovare il coraggio di viverla appieno questa meravigliosa esperienza d’introspezione come diversi dei miei allievi….
C’é chi, più semplicemente si diverte a sgalopazzare col proprio cavallo solo per provare l’ebbrezza della velocità, o anche chi non può fare a meno dell’adrenalina che procura l’agonismo, c’é chi usa il cavallo come mezzo di trasporto per lunghe passeggiate in mezzo alla natura, o chi lo usa come dimostrazione di potere, ecc…
I miei allievi appartengono alla prima categoria!
Non so ancora bene se é perché questo é il mio Karma, se perché vivendo io in prima persona il cavallo come essere stupendo che mi accompagna nel viaggio della vita attiro chi é in cerca della stessa esperienza…
Non é una strada facile, questa, d’altronde mi viene veramente difficile ignorare come i cavalli ci facciamo veramente da specchio!! Con loro escono le nostre fragilità, i nostri eccessi, i nostri limiti ed altro ancora! E dipende solo da noi se vogliamo guardarli, questi aspetti di noi, o se soprassedere.
Personalmente credo sia questa un opportunità fantastica, non semplice, ma possibile!!!

di Monica Dovara

“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”

A. Baricco

Non ho mai scelto un cavallo in vita mia, mi sono sempre capitati ed ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa di importante. Ho finito col persuadermi che non siamo noi a scegliere gli animali ma loro a scegliere noi… per qualche misteriosa ragione.
Un giorno mi capitò una cavalla, allora non potevo saperlo ma quella cavalla avrebbe cambiato la mia vita per sempre.
Era un piccola cavalla argentina dal mantello dun, il suo pelo era dorato e cangiante come la seta. La sua pelle finissima e sensibile al più piccolo tocco, rivelava la delicatezza della sua anima così come la sua testolina dalla linea gentile e affusolata. Era stata domata in modo violento e coercitivo, aveva una pessima idea del’uomo, del tutto giustificabile. Non voleva più essere presa, ne incapezzata ne montata. Era sua ferma intenzione tenersi a debita distanza da qualsiasi bipede le si avvicinasse. Quando entravo nel paddok con l’idea di prenderla mi lanciava un occhiata sprezzante, mi volgeva minacciosa il posteriore, sferrava un calcio all’aria e scappava galoppando il più lontano possibile.
Ci volevano ore di dissimulazione, di lusinghe ingannevoli armata di carote e mele. Quando infine con qualche goffa manovra, che aveva sempre l’aria di una trappola, riuscivo a metterle la corda al collo iniziava la sfida. Dovevo prestare attenzione ai suoi posteriori o rischiavo davvero di rompermi un ginocchio. Era velocissima, le orecchie sempre indietro in costante minaccia, la testa per aria come una bandiera, il collo teso e ogni muscolo organizzato per fuggire appena si fosse presentata l’occasione. Legata alla staccionata aveva l’aria di un condannato a morte senza giusta causa, la spazzola era una tortura e certe zone del suo corpo assolutamente off-limit anche per le più delicate carezze di cui fossi capace. Le orecchie un traguardo irraggiungibile. La pulizia dei piedi era un corpo a corpo, soprattutto i posteriori. Quando mi avvicinavo con la sella si agitava, sbuffava e raspava nervosamente a terra come un bufalo. Quando la sella era finalmente collocata c’era il problema della cinghia del sottopancia. Dovevo stringerla delicatamente e poco alla volta perché era terribilmente infastidita, spesso andava sulla difensiva appena la prendevo in mano, prima ancora che infilassi il riscontro ed effettivamente esercitasse qualsiasi pressione. Era prevenuta su tutto. Dio solo sa che razza di energumeno l’aveva maneggiata. Quando infilavo il piede nella staffa per salire, il collo si alzava rapidissimo, le orecchie si schiacciavano sulla nuca e prima ancora di avere le chiappe in sella lei aveva già percorso una decina di metri al galoppo. Se sopravvivevo a tutto questo mi aspettava, nella migliore delle ipotesi cioè se uscivo in passeggiata da sola, mezz’ora di lotta greco-romana in mezzo al bosco prima che le passasse l’idea di correre come un purosangue all’ippodromo e capisse che volevo solo far due passi con calma. Allora la vedevo rilassarsi leggermente, riuscivo persino a fumare una sigaretta! Se per disgrazia mi aggregavo ad un gruppo avevo due possibilità: o mi piazzavo davanti a tutti e li distaccavo di un centinaio di metri, oppure dovevo essere preparata a vomitare le budella per tutta la durata del trekking perché lei avrebbe solo trottato e galoppato, anche sul posto, frenata solo dal morso tirato dentro la sua povera bocca. 


Tornavamo esauste, io frustrata e lei svuotata. Non era per niente divertente torturare una povera bestia per fare una passeggiata nel bosco. Mi rendevo conto che nonostante impiegassi tutto il mio buon senso, la mia delicatezza e la mia pazienza, non era abbastanza per cambiare la sua idea di me e del lavoro con me. Mi mancavano degli strumenti, tutto ciò che sapevo sui cavalli non era sufficiente con lei, non riuscivo a comunicare, era tutto inutile. Un attimo pensavo di aver fatto un passo avanti e l’attimo dopo mi sbatteva in faccia che non era vero, che ne avevo fatti tre indietro. Avevo collezionato una serie di finimenti equestri di vario genere ostinandomi a pensare che la soluzione fosse in uno strumento e gli “amici esperti” si sprecavano nei suggerimenti più disparati. Fortunatamente il sentore che tutta quella robaccia fosse assolutamente inutile l’avevo sempre avuto perciò non ci misi molto a decidere in fine, di lasciarla in pace. Non avevo più intenzione di montarla ero pronta a rinunciare. Guardandola libera in branco vedevo una creatura tranquilla, felice e pacifica e mi sentivo un violentatore solo al pensiero di privarla di quella serenità. La osservavo standomene seduta in mezzo al paddok , nella testa un milione di domande, di idee, di possibili soluzioni. A volte quando meno te lo aspetti la vita ti manda le risposte. Grazie ad un amico che aveva problemi con la sua cavalla vidi per la prima volta applicare il metodo del Natural Horsemanship. Compresi immediatamente che quella e solo quella era la possibilità che avevo. La accolsi come un dono divino, mi ci buttai dentro completamente, studiai sui libri, frequentai i corsi e ne uscii completamente trasformata. Da subito cambiai modo di muovermi, ora sapevo dove andare, come camminare, come respirare dove dirigere il mio sguardo, parlavo la sua lingua, finalmente mi capiva! Tutto scorreva tutto si chiariva e la sua idea di me cambiava giorno dopo giorno. Nessuno strumento di coercizione ci teneva insieme, solo una longhina morbida e una leggera capezzina di corda, senza alcuna imboccatura. Il suo corpo si rilassava sotto le mie mani, i brutti ricordi lasciavano magicamente spazio a quella nuova intima conoscenza che si stava creando tra noi. Più nessuna fuga quando mi vedeva arrivare, ma solo se si trattava di me, come avesse compreso che stavo cercando di essere diversa dagli altri. In meno di dieci ore di lavoro e senza che nemmeno potessi rendermene conto la cavalla ed io eravamo in mezzo al bosco al passo con una semplice capezza, rilassate e serene… non so dire perché ma di quel pomeriggio di giugno ricordo più di ogni cosa il cinguettio degli uccelli, era come se non avessi mai potuto udirlo prima. Ho pianto per quasi tutto il tempo, le ho chiesto scusa per la mia ignoranza e ho promesso a lei e a me stessa che mai più nessun cavallo avrebbe subito ciò che aveva subito lei. Da quel momento ho iniziato ad approfondire le tecniche della comunicazione etologica coi cavalli, ho fondato una scuola per trasmettere alle persone la strada giusta per interagire con questi meravigliosi compagni di vita. Negli anni ho avuto la fortuna di conoscere tanti cavalli, di ognuno porto dentro un ricordo indelebile e ho avuto modo di curare le ferite di molti di loro. Desidero più di ogni altra cosa continuare a farlo.
Quella cavallina oggi è ancora qui con me, è una delle mie maestre più straordinarie, mi aiuta nel mio lavoro e durante i corsi insegna ai bambini a parlare la lingua dei cavalli. Il muro che è stato abbattuto tra noi due ha restituito a lei la pace e a me ha aperto la finestra di un mondo straordinario ancora tutto da scoprire che mi ha reso una persona diversa, non solo coi cavalli.
Spero di poter continuare a fare ancora del bene a tanti di loro ma per quanto io possa fare sono consapevole che non sarà mai sufficiente a ripagarli di ciò che loro hanno insegnato e continuano ogni giorno ad insegnare a me. 
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di Valentina Bonera

“Valori perduti e ritrovati”

Ci siamo seduti sulla sua schiena e ci siamo sentiti grandi. Il mondo visto da lassù offre tutto un altro scenario. Il Cavallo ci ha trasformati in centauri, semidei, creature mitiche e valorose.
Abbiamo controllato la potenza, ammaestrato l’energia, domato la velocità e ingigantito smisuratamente il nostro Ego tanto da issarci in vetta alla piramide della natura, superiori per capacità ed intelligenza a tutte le altre creature.
Sovvertitori dell’ordine naturale delle cose, ingrati, arroganti, presuntuosi e stupidi al punto da essere l’unica specie che sta volontariamente contribuendo alla propria autodistruzione e a quella dell’intero ecosistema.
In tempi remoti il Cavallo ci ha concesso la sua schiena e le sue gambe, ci ha fatto dono della sua forza, della sua pazienza, del suo coraggio…ma la sua saggezza, quella non abbiamo voluto coglierla.
Volando veloci su quell’alto trono abbiamo conquistato il mondo illudendoci di essere invincibili.
Ma se osservassimo davvero i cavalli ci accorgeremmo che ci siamo persi qualcosa di straordinario.
La calma, il senso di giustizia, il rispetto dell’altro e del mondo in cui abitano, la serena dignità che li accompagna durante la loro esistenza e nelle loro scelte finalizzate al bene comune. Tutte queste qualità straordinarie che ci mostrano non le abbiamo volute vedere. Abbiamo preso da questo straordinario animale solo ciò che ci faceva comodo, ciò che nutriva le nostre ambizioni e ci conferiva potere. Abbiamo “usato” queste creature per i nostri scopi più abbietti senza nessuna riconoscenza, senza nessun rispetto.
Io non credo che il cavallo sia al nostro fianco da milioni di anni per questo scopo… sicuramente non è qui solo per questo.
Cosa ci affascina davvero in lui? Cosa genera in noi quel sentimento contrastante di timore e attrazione al tempo stesso? Forse riusciamo a percepire in lui quella fierezza di quella verità luminosa e pura che non ci appartiene più… che forse non abbiamo mai davvero posseduto. Il Cavallo è il riflesso di quella dimensione istintiva e primordiale che abbiamo perduta, volontariamente abbandonata in favore di un’evoluzione che ora ci sta stretta… perché in fondo lo sentiamo che siamo animali.


Qualsiasi cosa sia che ci lega a questo animale, il cavallo è ancora qui accanto a noi, benevolo, gentile, collaborativo, superbo, maestoso, possente ed elegante… a ricordarci costantemente ciò che noi non saremo mai. Nei secoli lo abbiamo privato della sua dignità, ma l’integrità della sua anima, quella nessuno è riuscito a rubargliela.
Se fossimo umili abbastanza da lasciare che questi straordinari maestri ci facessero da guide nella vita, vedremmo tutto con altri occhi, quegli stessi profondi lucenti occhi con cui essi guardano il mondo.
Qualcuno sostiene che i cavalli siano come i bambini, io penso davvero che sia così.
Hanno la stessa fresca e sincera curiosità verso la vita, la stessa serena consapevolezza di “Essere”, non sanno cosa sia l’ansia del “fare”. Non si preoccupano del dopo, sono nel presente, “qui ed ora”. Non si affannano a progettare, semplicemente vivono. Così come siamo capaci di demolire nei bambini queste qualità meravigliose, noi miseri uomini spesso nella doma e nell’addestramento riusciamo ad annientarle anche nei cavalli. Tuttavia essi hanno la straordinaria capacità, una volta in mezzo ai loro simili, di ritornare esattamente come prima. Questo dovrebbe davvero farci interrogare sulla loro capacità di rimuovere il male e perdonare… siamo capaci noi? Dunque chi è davvero “evoluto”?
I Cavalli comunicano tra loro in modo semplice e diretto, proteggono i loro piccoli, li educano al rispetto della gerarchia e delle leggi del branco poiché in esso trovano la loro sicurezza. Conoscono e comprendono il valore inestimabile della libertà e sanno viverla, sanno che ogni individuo ha il suo ruolo e lo rispettano. Nessuna delle azioni che compiono è guidata da sentimenti individualisti, tutto avviene per un fine comune. Non fanno nulla di più di ciò che è necessario.
Questi sono gli insegnamenti che i cavalli mi regalano gratuitamente ogni giorno.
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di Valentina Bonera

“L’importanza dell’assetto nella comunicazione non verbale

Per prima cosa cerchiamo di analizzare e dare un significato all’espressione “comunicazione non verbale”. Supponiamo di doverci relazionare con un essere che non abbia nulla di umano e che soprattutto non parli la nostra lingua: un’alieno, un extraterrestre venuto da un’altra galassia e, per non avere dubbi, che sia anche sordomuto. In questi termini la comunicazione non potrà sicuramente essere verbale, cioè attraverso una qualsivoglia serie di vocaboli o suoni emessi dalla bocca e percepiti dall’orecchio mediante il senso dell’udito e comprensibili da entrambi. Per comunicare e farci capire, lo dovremo pertanto fare attraverso altri mezzi, e la cosa più semplice e naturale sarà quella di farlo gesticolando con le mani e con il corpo. Riportando tale situazione nel mondo equino, mediante l’impiego di varie posizioni del busto, delle braccia, delle mani e delle gambe, cercando di simulare il più possibile e nel migliore dei modi gli atteggiamenti che assumono tra loro in natura i cavalli, e che potremmo definire “messaggi di corpo”, riusciremo ad intraprendere, da terra e faccia a faccia, una sorta di comunicazione con questi stupendi animali, che diverrà via via tanto più profonda quanto più saremo in grado di entrare con rispetto nel loro modo di “pensare”.
Non è comunque questa la sede per addentrarci nello specifico delle tecniche e dei particolari dei vari messaggi di corpo. Supponiamo ora che questo “omino verde” arrivato dallo spazio sia talmente sfortunato da essere, oltre che sordomuto, anche cieco: il comunicare diverrà ulteriormente complicato.

Non potendo più usufruire nemmeno del senso della vista, la relazione dovrà avvenire attraverso qualcos’altro: il tatto. Il reciproco contatto del corpo e delle mani dovrà essere talmente semplice, chiaro e preciso da far comprendere al nostro interlocutore ciò che intendiamo comunicargli.
Ritornando per similitudine nel nostro mondo più veritiero, nel momento in cui saliremo in sella al nostro amico a quattro gambe, ci troveremo nelle identiche condizioni di cui sopra. Dovremo comunicare con lui da una posizione, la sua schiena; in cui non potrà vederci, sarà come se fosse, in un certo senso, cieco. Non potrà vedere i “messaggi di corpo”: li potrà solo percepire attraverso il contatto con alcune parti del nostro corpo. Ma perché siano facilmente comprensibili, tali messaggi dovranno necessariamente essere semplici, chiari e precisi!
Semplici: perché il solo fatto di non vederci procura uno certo stato di timore e confusione e soprattutto perché il nostro amico cavallo ha un “modo di ragionare” molto semplice, come un bambino va letteralmente “accompagnato” anche nelle più elementari richieste di avanzare, fermarsi, girare o spostarsi ed ha quindi bisogno di elaborare ed assimilare tali richieste singolarmente.
Chiari: perché nella semplicità della richiesta, non devono esserci possibilità di fraintendimenti, non deve sorgere alcun dubbio su ciò che intendiamo comunicargli con quella determinata azione.
Precisi: perché non dobbiamo dare nulla per scontato, la precisione delle nostre azioni di richiesta deva diventare praticamente assoluta durante tutte le sue ripetizioni per non creare confusione alcuna, soprattutto nelle fasi dell’addestramento.
Ed è qui che entra in gioco l’importanza dell’assetto che, intendiamoci, non è da confondere con la “posizione” da assumere in sella, che può variare a seconda delle diverse discipline intraprese: dressage, salto ostacoli, monta western, corse in piano ecc…. ma è la “capacità di mantenere l’equilibrio nel movimento indipendentemente dalla posizione assunta”. Per intenderci, è l’essere in grado di fumarsi una sigaretta intanto che si beve un buon caffè dopo aver letto il giornale il tutto fatto in scioltezza e leggerezza alle tre andature, passo trotto e galoppo. Senza arrivare a tanto è comunque la capacità, in tutte le andature di rimanere in equilibrio sul baricentro del cavallo in leggerezza e senza tensione alcuna in modo che le due masse, la nostra e quella del cavallo, si muovano all’unisono ed in piena armonia.
Con un assetto non corretto, per cercare di trovare e mantenere forzatamente l’equilibrio, si perderanno inevitabilmente la precisione e la chiarezza delle richieste e conseguentemente, al fine di effettuare le necessarie correzioni
imprecise risposte del cavallo, la semplicità, perché andremmo a sovrapporre più azioni contemporaneamente.
Un buon assetto ci permetterà innanzitutto di essere e rimanere sul baricentro in tutte le situazioni a vantaggio, conseguentemente, della nostra sicurezza; ma anche di trovarci in quella zona che definirei “neutra” ove cioè la nostra struttura ed il nostro peso vengono meglio tollerati dal cavallo e da cui potremo partire per comunicare tutte le richieste del caso attraverso il contatto tra i due corpi.
Tali richieste verranno eseguite mediante spostamenti del nostro corpo o pressioni effettuate con le cosce o con i polpacci o con i talloni nelle diverse zone del suo costato o spostamenti delle braccia, delle mani ed anche delle dita, ma saranno molto chiare e precise perché non dovremo preoccuparci della nostra stabilità in sella e tutte le parti del nostro corpo saranno completamente indipendenti le une dalle altre. E più il nostro assetto sarà ineccepibile, più tali azioni diverranno talmente minime sino a risultare, con il migliorare dell’addestramento, praticamente impercettibili quasi venissero sostituite dal solo pensiero.
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di Gialuigi Anselmi

“Fra i rumori della folla ce ne stiamo noi due”

Una pillola. Parlando di cavalli spesso si parla di addestramento, di doma, ecc.. ma oggi più di ieri capisco come questi siano, gli strumenti, all’arco di un horseman e non gli obbiettivi. Ho sempre pensato che riuscire a creare una “connessione” con il cavallo fosse sia una necessità per poter intraprendere una qualunque comunicazione, che l’obbiettivo finale di un horseman. Amo il lavoro in libertà, ma ora una diversa esperienza mi ha fatto apprezzare l’importanza anche del lavoro fatto in sella. Entrambe le condizioni mi hanno fatto apprezzare come la “connessione” tra cavallo e horseman sia, sì, necessaria ma non sufficiente. L’intenso e profondo lavoro fatto ora con il cavallo che da anni mi fa da istruttore mi ha fatto capire, un giorno, all’improvviso come l’ Horsemanship possa andare oltre e farti arrivare a creare una “complicità” con il cavallo. Il poeta Walt Whitman…definisce in maniera chiara e quasi banale cosa significhi questo termine: “Fra i rumori della folla ce ne stiamo noi due, felici di essere insieme, parlando piano, forse nemmeno una parola”.
Il lavoro e a volte lo svago, che si condivide con un cavallo può consentire di raggiungere questa sensazione che curiosamente permette di migliorare la soglia di sensibilità rendendo più semplice, piacevole e appagante il lavoro anche con altri cavalli. L’approccio ai cavalli nel rispetto dei principi che questa scuola … di vita insegna e consente, ci apre la strada per avere questa possibilità unica e preziosa. Si scopre così come regole e programmi non appartengano a questo mondo, un mondo invece, che nella maggior parte dei casi riduce l’esperienza con i cavalli a uno sterile lavoro mirato solo a creare efficienti macchine pronte ad obbedire ai nostri comandi svilendo il loro pensare e decidere di stare vicino a noi. Credeteci è possibile, quando capirete di essere “complici” del cavallo che vi è a fianco sentirete aprirsi un nuovo orizzonte inesplorato e sconosciuto ma che vi attirerà inesorabilmente verso nuove sensazioni, senza timori.

di Simone Salomoni

“In viaggio verso l’Horsemanship”

Ciao a tutti sono Chiara, una ragazza di Vicenza.
Sono alle prese con il mio primo pseudo “articolo equestre” e vorrei, se ci riesco raccontarmi e rendervi partecipi della mia esperienza… ma soprattutto fare il punto di questo mio primo anno di Horsemanship.
“Horsemanship”… già la prima volta che lessi la parola pensai: “ wow che parola figa, voglio diventare un Horseman!” Non conoscevo ancora il peso e la responsabilità che porta con sè questo concetto. Ma partiamo dall’inizio.
I cavalli mi sono sempre piaciuti, fin da bimba. Chi di voi non ha sognato lunghe galoppate guardano il cartone animato di Lady Oscar, il Tulipano Nero e (non ridete!) anche Vola mio Minipony ha avuto il suo perchè!
Dopo queste citazioni non è difficile intuire la mia età, ho trentacinque anni, e solamente da 2 ho cominciato ad approcciarmi ai cavalli, per poi solo più tardi, cercare un percorso che mi aiutasse a capirli.
Non sono stata un giovane promettente amazzone in erba, accompagnata in maneggio dal genitore fiero, non ho avuto le possibilità economiche. Vengo da una famiglia umile, dove non e’ mai mancato nulla ma occorreva rinunciare a qualcosa per dar la precedenza alle priorità davvero necessarie. Così tanti sogni sono rimasti nel cassetto, per moltissimo tempo.
Per fortuna, o chissà per quale altro scherzo del destino, arriva però un momento nella vita, in cui quel cassetto va aperto.


Aver conosciuto il mio compagno, con un padre appassionato di cavalli e due bellissimi esemplari nel cortile di casa, lo è stata di certo una grande fortuna.
Anche se ancora ero ignara di che cosa avrebbe significato entrare e comprendere il vasto e vario mondo dell’equitazione .
Abitiamo in una zona spettacolare, ai piedi dei colli Berici, dove c’è solo l’imbarazzo della scelta su quale sentiero prendere per avventurarsi in bellissime passeggiate e il fascino di poterlo fare a cavallo è qualcosa di impagabile.
Cominciai subito a tentare di corrompere i vari membri della famiglia… sognavo solo di salire in sella e partire a cavallo nella prima domenica di sole!
Già, come se per montare un cavallo bastasse mettere una sella, salire “girare le chiavi” e via, alla conquista di nuove avventure! Avevo decisamente frainteso qualcosa, i cavalli non hanno una chiave da girare come si fa’ con un auto, non si accendono e spengono a nostro esclusivo uso e piacere. Questo in famiglia, grazie al cielo, lo sapevano bene perciò mi spedirono al maneggio più vicino a casa, per prendere le prime lezioni in tutta sicurezza, e così feci .
Nei primi tempi ero eccitata ed entusiasta, imparai in fretta i nomi dei finimenti e delle bardature, i nomi dei tanti tipi di imboccature e dei famosi aiuti, frustini e speroni. Cominciai a fare lezione con una cavallina piccolina di statura, usata principalmente per i bimbi vista la mia totale inesperienza. Passai diversi mesi a contatto con lei e piano piano cominciai a notare una un particolare, il suo sguardo era come assente, fissava sempre davanti a sé, neanche le carezze le interessavano, anzi ne sembrava infastidita. Mi faceva veramente pensare questo atteggiamento. Cosa poteva esserci di più bello che avere bimbi attorno, carezze e qualche biscotto tutti i giorni?
Un giorno, finita la mia lezione, decisi di fermarmi e guardare le lezioni con i più piccini. Mi resi conto ben presto mio malgrado, che questa cavallina oltre ad aver un passeggero diverso sulla schiena ogni quaranta minuti faceva sempre le stesse cose, conosceva tutto a memoria.. era “usata” come un automa.
Volevo veramente che i cavalli di casa diventassero così? Li i guardavo con grande ammirazione quei due bellissimi cavalloni, mamma e figlio. Lola una Trotter e Balto che era nato da un incrocio con uno stallone Quarter. Lui era la fierezza fatta cavallo, nei suoi occhi vedevo forza, lealtà, libertà e tanta meravigliosa curiosità. Qualsiasi cosa andassi a fare in scuderia o nelle vicinanze del loro paddock lui veniva a controllare cosa stavo armeggiando e già che c’era si veniva a prendere tutte le carezze che poteva. Con il muso si appoggiava alla spalla, proprio come un bambinone. Lola aveva lo sguardo da mamma, ci vedevo protezione, a volte severità. Lei era la signora del cortile, accogliente gentile ed educata.
Che cosa potevo fare per interagire e lavorare con loro preservando queste loro straordinarie essenze? Non volevo che il loro sguardo si spegnesse come quella povera cavallina.
Cominciai a documentarmi su internet, mi avevano parlato della cosiddetta “Doma Dolce” o “Equitazione Naturale”. Decisi di farmi un idea in merito e youtube strabordava di video spettacolari sul tema. Li guardavo con grande ammirazione. Solo ora mi rendo conto che in quel momento il mio ego predominava, il pensiero fisso era: “diventerò cosi brava anche io, anche io riuscirò a “far fare” a Balto tutte queste bellissime cose e sarò fiera di me!” Ma da dove cominciare? Digitai per curiosità sulla tastiera Scuola Italiana di Horsemanship e per prima comparve la pagina del Red Rose Ranch.
Cominciai a leggere la presentazione e fui subito colpita, cercai il calendario dei corsi, da li a 15 giorni sarebbe iniziata la prima classe del corso base, il giorno dopo ero già iscritta!
Ricordo come fosse ieri la mattina in cui sono partita, era ottobre di un anno fa. Direzione Red Rose Ranch, la sede della Scuola Italiana di Horsemanship a Pianoro in provincia di Bologna. Ero carica ed euforica, pronta a portare a casa i primi successi! Tutto si rivelò quel primo corso, tutto, tranne quello che avevo immaginato. Conobbi Valentina e già nella prima mattina, con la nostra bella didattica alla mano, compresi che ero partita completamente col piede sbagliato. Ricordo di aver passato la maggior parte di quel corso a piangere. Valentina mi disse che era tutto normale, che erano i cavalli che muovevano certe emozioni e che era un bene lasciarle uscire. Ma come, non doveva essere l’esperienza più bella del mondo?… Già, lo sarebbe stata di li a poco, ma tutt’altro che semplice! Imparai che cavalli e cavalieri hanno delle responsabilità, che gli aiuti per i Cavalli possono essere il mio respiro, il mio sguardo, il mio equilibrio e che il ferro in bocca di sicuro non li avrebbe fermati se non avevo la consapevolezza delle loro e delle mie emozioni. Imparai che sopra ogni cosa c’erano il cuore e la sensibilità. La responsabilità che mi colpì di più e che ancora oggi per me e’ la più significativa è quella che nel manuale didattico è indicata come “la seconda responsabilità del cavaliere: impara a pensare ed agire come un cavallo e per il cavallo”. Dunque il lavoro grosso era da fare su di me!?! Che significava esattamente? Come dovevo comportarmi? Che cosa dovevo imparare a pensare per riuscire ad immedesimarmi in un cavallo? Dovevo forse mettermi tutto il giorno al paddock con loro? Guardarli da vicino o studiare sui libri per ore? Con questo dilemma in testa me ne tornai a casa.
Avevo fretta, frenesia di testare e mettere in pratica e con Balto mi ci buttai da subito. Cominciavo a cogliere in lui particolari che prima mi parevano insignificanti ed ora invece con le prime nozioni sulla lettura dei cavalli e dei loro atteggiamenti, mi aprivano orizzonti nuovi e nuovi livelli di conoscenza. Capii ben presto che era un cavallo in avanti, estroverso e giocoso, a volte dominante. Io con lui ero sempre a mille, ero convinta di stare facendo bene e invece… quanto ero ancora lontana!
Partecipai ad altri due corsi prima che lui mi dicesse chiaro e tondo che dovevo rallentare, che gli stavo chiedendo troppo, che io per prima non ero ancora in grado!
Mi ci volle un bel volo dalla sella e venti giorni di tutore al ginocchio perché il messaggio mi arrivasse! Furono giorni di autoflagellazione, finalmente i cavalli cominciavano a muovere per davvero, in tutti i sensi.
Mi chiedevo continuamente in che cosa avevo sbagliato, forse non avevo capito niente di quello che mi era stato insegnato fino a quel momento?! Mi era andata bene, mi sarei potuta rompere il collo, i cavalli non sono automobili, ma continuavo e peccare di ego e compiacimento. Balto me lo aveva detto chiaro e tondo che dovevo darmi una calmata, eppure non vedevo l’ora di riprendermi per andare da lui e risalire in sella. Non di certo per sfida ma volevo comprendere. Avevo sbagliato, di questo ne ero sicura.
Passata la mia convalescenza ero di nuovo in scuderia.
Presi la capezza mi diressi verso il paddock di Balto, lui era con il naso in terra a brucare e per la prima volta mi venne incontro di sua spontanea volontà.
In quel momento realizzai di aver paura. Le mani mi tremavano, cercavo di ricompormi perché ora sapevo benissimo che noi per loro siamo libri aperti, che ci leggono in una frazione di secondo e non volevo che mi vedesse così. Balto allungò il muso verso il mio viso, mi diede un’annusata e mi osservò. In quell’istante compresi che lui sentiva la mia paura e la capiva, perchè era la stessa emozione che lui aveva provato con me, con il mio turbinio di testa, pancia e poco cuore.
Da allora ogni volta che vado da un cavallo ci vado con la paura… ma ora è paura di pretendere troppo, di chiedere senza avere il loro permesso, paura di non saperli ricompensare al momento giusto, paura di correre avanti a loro senza di loro.
Se vi avvicinate all’Horsemanship credendo che sia la strada facile sbagliate di grosso, prego accomodatevi provare per credere! Se pensate ci voglia poco tempo, scordatevelo! Saranno più i sacrifici e le giornate no che vi accompagneranno all’inizio. Ma se deciderete di proseguire in questo viaggio e io ve lo auguro di cuore, sarà il cambiamento a cui dovrete essere pronti, che vi accompagnerà ogni giorno regalandovi enormi soddisfazioni!
Come tanti ero partita con l’errata convinzione che i cavalli andassero imbrigliati, cambiati, bloccati e dominati.
Se mi chiedeste ora che cosa è per me l’ Horsemanship, se in questo tempo una risposta me la sia data, adesso vi risponderei che per me ha significato imbrigliare le mie di emozioni, tutte quante! Ha significato cambiare me stessa per trasmettere equilibrio al cavallo. Non penso più di cambiare un cavallo è suo diritto sacrosanto essere preservato come egli è, con pregi, difetti e limiti. Proprio come accettiamo tutto ciò in chi amiamo, in ogni persona cara che abbiamo vicino.
Solo così i cavalli sapranno regalare soddisfazioni immense, se credi in loro.
Ti daranno schiaffi forti quando cercherai di forzare le cose. Il peso di diventare un Horseman è che sarai portato a guardarti dentro ogni giorno e credimi, non sarà sempre bello quello che vedrai, anzi!
Un Horseman ha l’enorme responsabilità di usare i principi, le tecniche e gli strumenti appresi non per se stesso, ma per i cavalli e mai, mai contro di loro!
Rimane l’ultimo quesito: Chiara ha imparato a pensare come un cavallo e per il cavallo? Ahimè no! Sbaglio ancora tanto, il mio percorso è talmente breve…
Ma qualcosa di buono ho messo in pratica, me lo dice Balto quando riesco a pensare come lui! … e la famosa paura, pian piano, svanisce via.
Per non parlare dell’opportunità che mi viene offerta ogni volta da Valentina di relazionarmi anche con i suoi cavalli.
Ci sono capita per caso al Red Rose Ranch, sono partita con un’idea e sono tornata con un milione di idee diverse. Ho conosciuto cavalli e persone splendide. E’ un luogo dove ti senti a casa, ti confronti, ti chiarisci e cresci.
Nella vita le cose magari non capitano per caso … ma questa forse e’ un’altra storia.
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di Chiara Mattiello

Un “Branchetto”

Un ‘branchetto’, questo è ciò che ci sentiamo ora.
Ma com’è cominciata?
All’incirca dieci anni fa entrai in un maneggio con la curiosità di vedere com’era quel mondo che mi affascinava, ma non avevo mai avuto occasione neppure di sfiorare; un passatempo estivo, per stare all’aria aperta, praticare sport.
Dopo poche lezioni la notizia di un trasferimento nell’aria e già qualcuno interessato e te. Bisognava prendere una decisione in fretta e, chissà perché, pensai che non potevo lasciarti andare via.
Sicuramente fu un azzardo, ma ci sono giorni in cui bisogna osare…
Non ero mai andata a cavallo prima (il mio mondo era la musica), avevo una certa età e non sapevo quanto sarei stata in grado di imparare da un punto di vista equestre, ma certamente ero cosciente dell’impegno che andavo a prendere e non mi spaventava. Anzi, in realtà era proprio questo ciò che volevo: non un’ora di lezione, ma una scelta di vita.
Forte di questo, inconsciamente forse pensai che le mie buone intenzioni ed il mio desiderio di imparare sarebbero stati sufficienti; ma non fu così.
Non nascondo che ne seguirono tristezza e frustrazione.
Io ero totalmente inesperta, senza leadership ed a tratti impaurita.
Allora perché scegliesti me?
Tu eri difficile, arrabbiata, con un pessimo giudizio sugli umani.
Perché allora scelsi te? 


Chissà, e forse il mio essere priva di conoscenze e di esperienza fu la nostra fortuna.
Dovemmo per forza cercare un modo per comunicare, perché senza imboccatura (e quella che portavi quando ti abbiamo conosciuta era severa) eri una ‘leonessa’, perciò tutto quello che era relazione o anche semplicemente prendersi cura di te, era un problema o ci era precluso.
E così ecco il primo corso di natural horsemanship…
Dei corsi che sono poi seguiti ho immagini bellissime, del primo ho impresso nella mente il ricordo dello sforzo che mi costò mettermi in gioco davanti a tanti umani, tutti molto più esperti di me, ma soprattutto della fatica di stare in campo per tutto quel tempo con te.
Due giorni fa-ti-co-sis-si-mi!!!
Non avevi né rispetto né fiducia, eri ‘contro’ e mi mettevi paura.
Due giorni lunghissimi, ma, a pensarci bene, due giorni, soltanto due, sono stati sufficienti a mostrarci una nuova prospettiva; per noi credo l’unica.
Ci è voluto del tempo, ma con il desiderio di poter fare cose con te, (possibilmente in sicurezza!) da un lato, e la comprensione di come pensano i cavalli dall’altro, costruivamo, mattoncino su mattoncino, il nostro rapporto.
E mentre questo accadeva, tu, che eri quella che metteva alla prova, che invadeva pesantemente lo spazio, che sfidava sempre, cominciavi a mostrare una leggerezza e una capacità di ascolto inaspettate.
Sono convinta che abbia cambiato la tua idea perché sentivi che ero lì per te, il che equivaleva al tempo stesso a fare qualcosa di bello per me…
All’inizio ho detto che non bastava la mia buona volontà, ora dico che l’atteggiamento ha fatto la differenza, ma non è una contraddizione, è il cerchio che si chiude.
In mezzo il tempo passato insieme e parecchi corsi.
Certo stare in quel contesto faceva bene anche a te, ma posso ben dire che ero io ad avere il bisogno di imparare, trovare risposte alle mie tante domande, apprendere le tecniche, ed anche di credere in me stessa, credere che, a dispetto del mio partire da zero, sarei stata in grado di farcela. Il lavoro era su di me, ero io che, ancora una volta, dovevo osare.
Grazie ai corsi che insegnano i princìpi a cui fare riferimento e che mettono le basi per fiducia e rispetto in senso reciproco, in seguito anche a casa, da sole, abbiamo potuto progredire e quindi condividere poi tante esperienze diverse e gratificanti.
Ho imparato tante cose (tu le sapevi già fare…) ma alla fine si tratta di tante sfaccettature di un unico desiderio: semplicemente… stare insieme.
Sono passati quasi 10 anni, e tu sei entrata nei 27.
Nei primi anni ti abbiamo visto diventare sempre più bella, come se le lancette dell’orologio andassero all’indietro!
Ora certo sei una signora in età, ma sempre fiera nell’atteggiamento, con un gran carattere, e sempre pronta a ‘spostare’ tutti.
Tu ed io: un branchetto, compagne di strada, balsamo alle ferite…
Due signore in età, come si diceva, e so che un giorno ci dovremo separare; ma mi piace pensare che ci ritroveremo.
Non so se ci riconosceremo, ma sono convinta che, ancora una volta, noi due ci sceglieremo. 
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di Antonella di Pasquale

Salento, terra di mare, di sole, di vento…di cavalli e di Horsemanship

Ho trascorso quattro giorni, in questa terra, presso il bellissimo Centro Ippico della “Masseria Fossa”, invitato da Marco e Michela, per una dimostrazione di Horsemanship, grazie per l’ospitalità come sempre così calorosa.
Questa breve carrellata di foto vuole essere un ringraziamento per chi ha condiviso con me questa esperienza preziosa, Marco, Michela e Giacomo, Greta, Chiara e Filippo.
Un grazie a tutti coloro che dopo il confronto che abbiamo avuto “sul campo”, affrontando diverse problematiche con il proprio amico cavallo, vorrebbero approfondire questo modo di vivere l’equitazione, per me è stata una grande soddisfazione l’apprezzamento che mi avete dimostrato per il lavoro svolto insieme in queste, purtroppo, troppo brevi sessioni ed in particolare un grazie a Luigi e Stefano.
Non dimenticherò anche Rosetta la bardotta che invece tanto ha insegnato a me.
Un saluto con la promessa di rivederci ancora, presto, per lavorare tra gli ulivi con voi e i vostri cavalli.
di Simone Salomoni

….tutte le foto dell’esperienza di Simone le trovate nella Gallery…….

Le cose non sempre sono come sembrano

La famosa e così spesso travisata, frase di Riccardo III, nell’omonima opera teatrale di Shakespeare, ”…un cavallo, il mio regno per un cavallo…” non significa, a magnificare i cavalli, che per il Re il cavallo fosse più importante del suo bene più prezioso, il suo regno, ma che dopo essere stato disarcionato, temendo per la sua vita, desiderava oltre ogni cosa l’unico mezzo dell’epoca che gli permettesse di fuggire per salvarsi la vita.
Purtroppo troppo spesso mi capita di veder appunto travisato un altro concetto: il legame con il proprio cavallo.
Ultimamente ho avuto il privilegio di lavorare con molti cavalli e quindi anche con molti proprietari. Fortunatamente persone che, esperti o no di cavalli, per il bene e l’interesse reciproco nel binomio, hanno deciso, di porsi delle domande, o nell’intraprendere un percorso con il nuovo o vecchio amico cavallo o che arrivati a un punto di stallo nel rapporto hanno deciso di porsi domande rispetto ad alcuni sistemi di addestramento e comunicazione, per così dire “tradizionali” . Così ci siamo incontrati. MA questo mi ha fatto riflettere sull’altra faccia della medaglia. Ben venga chi si pone il problema del fatto che un cavallo non sia una moto … ad alcuni “potrà sembrare” che si assomiglino ma vi garantisco che così non è. Curioso quanto questa affermazione suoni banale e ridicola, in un mondo di cavalieri che dichiarano di “amare come figli” questi animali, ma curioso è ancor di più vedere in quanti, invece, li trattino e abbiano un approccio nei loro confronti esattamente come se fossero proprio una moto, un mezzo meccanico che risponde solo alle leggi della fisica.
Vediamo insieme di capire le differenze, con un po’ di sarcasmo.


Le due situazioni.
1. Domenica mattina. Apro il garage e con soddisfazione guardo il mio destriero di ferro, con ammirazione e soddisfazione, già ne assaporo il momento in cui lo cavalcherò dopo tutti i sacrifici fatti per comprarlo e mantenerlo, la vernice brilla al sole che filtra dalla saracinesca. E’ li ferma che mi aspetta tolgo il cavalletto. Spingo la moto fuori e la spolvero il più velocemente possibile per partire subito e arrampicarmi sulle 100 curve fino allo chalet del raduno per farmi ammirare sulla sua sella. Ripasso tutto quello che devo sapere per andare in moto sulla mia pista privata, la statale: gas a destra freno a sinistra, testa sulle spalle e vedrai che per pranzo sono già a casa sano e salvo. Al rientro, curva 20, mi accorgo che un ammortizzatore … eh accidenti non è perfetto, lunedì chiamerò subito il meccanico e lo farò sostituire, per il mio destriero di ferro questo e altro. Torno a casa apro la saracinesca del garage ci parcheggio la moto la copro con un telo, così domenica prossima perderò meno tempo a spolverarla prima di ripartire.
2. Domenica mattina. Apro il box/paddock e con soddisfazione guardo il mio destriero, con ammirazione e soddisfazione, ne assaporo il momento in cui lo cavalcherò dopo tutti i sacrifici fatti per comprarlo e mantenerlo, i sui occhi brillano, anche senza il sole, MA se non li guardo e non cerco di leggerli ho già perso una grande parte del piacere. MA il cavallo non è li fermo e non mi aspetta, forse sarà il caso di capire il perché, prima, di pensare alle 100 curve che avrò presto davanti a me. Sono sicuro che se entrando nel garage la moto vedendomi scappasse mi porrei delle domande. Quindi è giusto farsele…in entrambi i casi. Accompagno il cavallo fuori e lo striglio MA mi prendo il tempo necessario, a differenza della moto il momento del GROOMING mi svela moltissime informazioni: che tipo di giornata sarà, da terra o in sella che sia, l’umore del mio amico, dove mi potrò spingere oggi, e anche se per caso non ci siano anche eventuali problemi fisici o solo sensibilità particolari … oggi! Ripasso tutto quello che devo sapere, MA il gas non è a destra e il freno non è a sinistra. Lavorare nel ripasso di alcuni principi (che non significa assolutamente mettersi alla corda trotto e galoppo), INSIEME, prima di affrontare il lavoro che si è deciso di fare è utile per riaccendere i sistemi fisici e mentali di entrambi, per leggere insieme come reagiremo entrambi al lavoro quella mattina, se si è presentato un problema fisico o se manca, cercando di comprendere subito, perché e da parte di chi del binomio, quella connessione indispensabile per tornare a casa sani, salvi e appagati di quanto fatto, poiché a differenza della moto tutte le domeniche non sono … domeniche! Mi accorgo che una zampa non funziona come deve, beh qui non posso dire ci penserò domani verrà il veterinario e la sostituirà (che si traduce in chili di antidolorifico e la domenica dopo riparto come nulla fosse, tanto così facendo ho azzerato il dolore), ma mi farò le domande giuste per comprendere e gestire al meglio la causa nel rispetto dei dovuti tempi di recupero, poiché sicuramente investire correttamente il tempo darà, nel tempo, i giusti frutti. Arrivo a casa apro il box/paddock MA aspetto di accertarmi che il cavallo non abbia bisogno di qualche attenzione in più, una strigliata una pulizia/disinfezione dei piedi, una lavata, un istante di relax insieme brucando dove dal box/paddock proprio non può arrivare da solo.
E’ lunedì mattina e sono sano, salvo … molto appagato direi addirittura soddisfatto e domenica, il cavallo mi aspetterà e uscirà INSIEME a me dal suo box/paddock.
Convivere con un cavallo, senza entrare ora nel merito del fine che si vuole raggiungere con lui (questo merita un altro capitolo…), significa entrare in un mondo diverso dal nostro, i cavalli sono senzienti, hanno carattere e sono volubili quanto noi: nello spirito, al dolore, alla felicità, al bisogno di rapporti sociali e alla qualità di questi rapporti, al cambiamento del tempo, al clima e all’ambiente in cui si vive quotidianamente, all’alimentazione. Siamo divisi da milioni di anni di evoluzione ma ci siamo incontrati in un momento della storia a condividere la stessa vita, gli stessi spazi, prima per necessità (nostra), ora per piacere (nostro). Facciamo sì che il penetrare coscientemente il loro mondo sia fatto con un approccio tale da non diventare uno stupro di ciò che si esplora.
Io ho scoperto di poter condividere questo loro complesso e così diverso mondo grazie all’ Horsemanship, capendo, con pazienza ed umiltà, MA comunque sempre cosciente dei compromessi a cui bisogna sottostare, come il sottile limite che ci divide in questi due mondi sia però assolutamente percorribile e ricco di soddisfazioni, trovando un equilibrio che consenta a me e al cavallo di comunicare reciprocamente. Il cavallo si esprime e comunica, non è un essere silenzioso “come possa sembrare”, gli anni di evoluzione insieme hanno aperto anche questo canale di comunicazione di cui si deve comunque occupare dal momento che decidiamo che debbano convivere nei nostri angusti spazi.

Se volessi fare le impennate o partire sgommando o frenare con lunghe strisciate allora SI, vi consiglio io, prima di tutti (da motociclista), di comprare una moto. Sarà un ottima scelta davvero non ve ne pentirete e vi garantisco che si troverà d’accordo con me anche qualunque cavallo.
Un grazie agli amici della Puglia.

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di Simone Salomoni

“Le praterie dell’ Horsemanship”

Articolo Simone UmaMi è stato chiesto di raccontare una storia, ed eccomi qui a provarci. La doma è avvenuta in Argentina, non so dove sinceramente, la geografia per me non è importante, poi il viaggio, è stato interminabile, stipata in una nave per circa tre mesi.
Destinazione un maneggio in Lombardia. Il caratteraccio, che sfiderei chiunque di voi a non avere e la scarsa fiducia verso l’uomo non erano innate ma sono state insegnate, prima, durante e dopo il viaggio. L’arrivo in Italia e l’inizio dei corsi per neofiti in Lombardia. Ma nulla funziona, manca la fiducia ma abbonda la rabbia, ancora e ancora per le costrizioni imposte dall’uomo, si crea sempre più nostalgia per quelle praterie dove la vita è iniziata e dove “gli altri” erano….cavalli e parlavano una lingua comprensibile, ma anche dove tutto è finito legata a un palo e impastoiata tanto forte da averne ancora le cicatrici, fuori, sulla pelle per sempre senza peli dove tutti gli umani possano vedere e vergognarsene, ma soprattutto dentro, dove pochi umani hanno il coraggio di guardare e di chiederne scusa. Il solo concedere i piedi, in seguito al tipo di doma violenta richiedeva la sedazione, avere un rapporto con gli umani impossibile…qui “gli altri” erano persone, che parlavano un altro linguaggio e che si disinteressavano del fatto che la straniera appena arrivata lo capisse.


L’incontro con Valentina che coglie un piccolo segnale nell’atteggiamento, forse nello sguardo, una richiesta di aiuto fino ad allora urlata ma da nessuno udita, come spesso accade. Decide di ascoltare quella flebile richiesta, urlata così forte, di comprensione e non di compassione, la fierezza nessuno è ancora riuscito a stroncarla.
L’arrivo al Casalino e l’incontro con esseri viventi, strani, camminano su due gambe ma tra una parola e l’altra si capisce il senso di cosa stiano dicendo, ma la fiducia quella no, non si può proprio concedere; in paddock l’essere un cavallo di quelle praterie riemerge, si esprime, si realizza, ma fuori da quella piccola prateria…la capezza assomiglia ancora troppo alle corde legate a quel palo usate per la doma, da non potersi fidare di chi prova a infilarla al collo, il corpo trema di paura sotto la sella, i piedi sono un tutt’uno con la terra… nessuno potrà averne il controllo, così è deciso.
Per Valentina è ora di provare a cambiare, ancora, e così iniziano i corsi con quell’essere strano senza un minimo di esperienza senza che abbia la conoscenza delle regole di questo fine gioco. E’ ora di uscire dal paddock, presto si impara che bisogna arrivare prima degli altri per fare i corsi insieme, i tempi sono dilatati per fare ciò che si crede scontato, tutto è complicato , il paddock è grande è in salita e due gambe corrono più lente di quattro. Ogni tanto ci si ferma e ci si guarda come per capire dallo sguardo chi sarà a rassegnarsi prima.
Molti sorridono quando ci vedono lavorare insieme, pomeriggi e pomeriggi, di mesi e mesi, passati solo per insegnargli a pulire i piedi, le gambe o sono un tutt’uno col terreno o sono farfalle che volano senza un disegno preciso nell’aria.
Articolo Simone2Beh in maneggio si replica, l’opposizione alle richieste è la regola…il mantenimento della direzione? una lotta. Il rispetto dell’andatura? un utopia. Accettare le pressioni una battaglia senza quartiere…i sospiri si sprecano come se non avessero un costo, invece ce l’hanno eccome.
Ma è strano, è nuovo, è diverso e mi stupisce, tutto questo viene fatto nel rispetto reciproco nonostante i sentimenti siano contrastanti ? la paura, il bisogno di sicurezza, il bisogno di parlare lo stesso linguaggio il chiedersi perché fidarsi l’un l’altro, non era mai stato così prima.
Monica e Valentina iniziano ad approfondire questa cosa, che chiamano Horsemanship, e i linguaggi si fanno sempre più chiari, ci si capisce…di più, ci si spiega…di più, sento che la “S”fiducia inizia a perdere i suoi appigli e lascia campo al desiderio di una maggiore serenità, un desiderio che è troppo forte per non essere ascoltato. Forse il rancore verso gli uomini cede quando si realizza di potersi parlare, così da potersi chiedere scusa e forse, chissà, un giorno perdonarsi.
Il cammino è iniziato verso altre e diverse “praterie”, ora si tratta solo di crederci di non arrendersi…mai, lo sconforto, la confusione, la fatica, i dubbi, la chimera di una strada più facile, più semplice ti mordono le caviglie come la pastoia, ma se resisti quell’attimo, allora…capisci perché ne è valsa la pena.
E oggi ? …è il 16 ottobre 2016 al maneggio c’è una giornata aperta a tutti per capire insieme come si possa imparare un linguaggio, indispensabile, per condividere un qualunque rapporto, anche quello tra uomini e cavalli. Chiasso e confusione, cavalli vengono e vanno persone parlano e camminano ovunque, facce vecchie e facce nuove, curiose, osservano. E’ pomeriggio e Monica mi chiede di andare in campo ma in libertà, senza capezza, senza lunghina…senza costrizioni esterne ma solo con quel legame che o c’è o non c’è, vuole fare una dimostrazione per gli ospiti di cosa significhi il lavoro fatto e gli obbiettivi che si possono raggiungere proprio con quel lavoro.
Articolo Simone1E chi se lo sarebbe mai aspettato all’inizio di questo viaggio? Proprio io?
Sta arrivando, così risalgo dal paddock, entro in capannina prendo, io, la capezza e nel prato vicino al maneggio ci si pulisce i piedi con la lunghina appoggiata sulla schiena mentre si mangia l’erba…ora funziona così. Entro in maneggio, la capezza si slaccia e ora lo sguardo è l’unico legame che resta. Gli occhi di tutti gli spettatori sono lì a guardare per decidere che significato dare a ciò che vedranno, devo decidere se mostrare ciò che è stato oppure se cambiare marcia e mostrare ciò che invece può essere, ora nessuno può costringermi…si inizia! Le richieste iniziano e decido che quell’essere che cammina insieme a me un po’ rigidamente un po’ con preoccupazione va salvato e così a testa bassa cammino e corro e insieme faccio gli esercizi che man mano mi si presentano. Poi tutto finisce come iniziato con un abbraccio e tante carezze. Questa è semplicemente la mia storia, io sono Huma, una cavalla argentina dun, che cammina sempre a orecchie indietro e quell’essere strano, che quel giorno finito il lavoro davanti a tutti ha bagnato con qualche lacrima la mia criniera mentre mi ringraziava per quanto avevo fatto per lui e per quanto gli avevo insegnato, non quel giorno ma in tutto il nostro viaggio, è Simone. E ora? il viaggio continua…
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di Simone Salomoni

“Scuola Italiana di Horsemanship” e “Scuola Italiana di Horseman”

chi-siamo-21-monica-dovaraE’ doveroso a questo punto fornire, a tutti coloro che seguono l’horsemanship, dei chiarimenti circa le due scuole citate nel titolo, che apparentemente si differenziano solo per il suffisso “ship” nel vocabolo “horseman”, ma che in realtà sono enormemente diverse per filosofia e struttura. Qualche cenno storico prima di esaminare le ben più profonde diversità. Alcuni anni fa Valentina Bonera e Marco Vignali costituirono la “Scuola Italiana di Horsemanship”, con l’intento di promuovere un approccio etologico con il cavallo, che si allargò, dopo poco, con l’ingresso di due nuovi istruttori: Monica Dovara e Luciano Pusceddu. Nonostante l’impegno, la collaborazione non ebbe successo per divergenze di vedute circa alcuni principi fondamentali, Marco Vignali ne uscì portando con se Luciano Pusceddu e fondando, poco dopo, una nuova scuola denominandola, con poco buon gusto, “Scuola Italiana di Horseman”; mentre Valentina Bonera e Monica Dovara decisero di continuare mantenendo nome e logo dell’originaria “Scuola Italiana di Horsemanship”.
Causa la similitudine della denominazione, sempre più persone identificano erroneamente le due scuole che, ripeto, di simile hanno solo l’appellativo!


Gli stessi valori che accomunano Valentina e Monica hanno portato alla stesura di una nuova didattica basata su principi e tecniche ispirate ad un concetto di rispetto e conoscenza del cavallo molto profondi, il cui obbiettivo è fare cultura equestre e rendere il tempo trascorso insieme ai cavalli motivo di studio e crescita personale per trarne un reciproco benessere. I livelli e le classi del nostro programma si sviluppano attaverso un percorso di relazione profonda che sgorga da un comunicazione sottile ed armoniosa tra due esseri viventi così diversi.
Principio fondamentale è che: se lavorando con il cavallo ci si trova nelle condizioni di dover esercitare eccessiva pressione, o creare in lui troppa tensione, o addirittura arrivare ad usare la forza per costringere i cavalli, è solo ed unicamente perché manca la conoscenza.
E’ dunque obbiettivo della scuola far conoscere, a chi ama i cavalli, come attraverso lo sviluppo di certe qualità che sono insite in ognuno di noi, si possa interagire con loro senza l’uso della violenza!
E’ quindi un percorso, oltre che di conoscenza dei cavalli, di lavoro intenso su noi stessi al fine di imparare a comunicare ed a relazionarci con loro in un modo che ci arricchisce sotto tutti i punti di vista.
Al giorno d’oggi nascono, come fossero funghi, docenti di horsemanship ed associazioni con siti Web stupendi ed accattivanti. Persone senza nessuna qualifica ed esperienza che fino a qualche anno prima svolgevano attività di tutt’ altro genere, che si improvvisano uomini di cavalli ed esperti conoscitori dopo solo qualche anno di sella.
Per chi entra nel mondo del cavallo, non è così facile, soprattutto all’inizio, distinguere competenza e professionalità da belle parole ed immagini ben costruite, ma con poca o nessuna sostanza. Quando ciò avviene, purtroppo spesso l’allievo abbandona il percorso iniziato perdendo in tal modo l’occasione di provare emozioni inimmaginabili.
Pertanto i nuovi istruttori che verranno formati dovranno seguire un lungo ed impegnativo iter, perché chi insegna, anche solo le basi del programma, deve avere una profonda conoscenza dei cavalli, della comunicazione tra uomo e animale, della pedagogia, ecc…; e questo bagaglio non è certo il risultato di qualche mese o qualche anno passato a contatto con questi stupendi animali.
Grandi horsemen del passato, arrivati in tarda età, hanno riconosciuto di aver da poco iniziato a conoscere veramente i cavalli!
Il nostro bbiettivo non è creare degli show-men dell’equitazione, ma degli Horsemen!
Non abbiamo in calendario decine e decine di corsi, scegliamo di dare rilievo alla qualità del lavoro svolto con gli allievi e i loro cavalli, dando valore ai rapporti umani che si vengono ad instaurare con degli obbiettivi comuni. Pensiamo che questo sia molto importante in un mondo dove tutto corre velocemente, dove il denaro è in testa alla classifica, dove non c’è più tempo per soffermarsi ad osservare un tramonto, ad ascoltare il proprio cavallo, a ritrovarsi.
Per concludere, la Scuola Italiana di Horsemanship nella persona di Valentina Bonera, che dal 1991 lavora con i cavalli al Red Rose Ranch di Pianoro sui colli bolognesi e Monica Dovara, istruttore F.I.S.E. di III° livello e docente F.I.S.E. residente a Cremona e da ormai quarant’anni nel mondo dei cavalli; vuole condividere una filosofia di approccio e di impiego del cavallo frutto di esperienze e conoscenze e grande passione, con chi si avvicina per la prima volta o con chi già monta ma cerca una relazione più profonda ed affascinante con questi meravigliosi amici a quattro zampe.
Nel 2015 /2016, nella sede della scuola a Pianoro, si svolgeranno delle giornate a tema: doma puledri, alimentazione e gestione del cavallo, corsi di horsemanship, corsi di assetto e di comunicazione attraverso l’imboccatura, corsi di barefoot, di ginnastica funzionale ed addestramento del cavallo, trekking, salto e tanto altro…
Venite a trovarci per vedere come lavoriamo!
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di Monica Dovara