Gloria Lanzoni

Istruttore Primo Livello della Scuola Italiana di Horsemanship

Tecnico Primo Livello E.N.D.A.S. (riconosciuto C.O.N.I.)

Mail: glo211074@gmail.com

 

Da piccola disegnavo cavalli ovunque, giurando che prima o poi ne avrei avuto uno tutto mio, (grosso e nero come Furia…) e poi, diversi anni dopo, un po’ per caso e un po’ gioco, i cavalli sono arrivati davvero.
Da lì in poi ho provato e conosciuto tante cose dell’equitazione, dalle classiche lezioni di lavoro in piano al salto ostacoli, dalla monta western alle passeggiate di gruppo, ma nessuna di queste attività è mai riuscita a convincermi davvero. Iniziavo con entusiasmo e poi qualcosa, a un certo punto, si incrinava. Perché io volevo stare con i cavalli, volevo conoscerli, giocare con loro, vivere esperienze insieme, mentre l’insegnamento standard di tutte le discipline che avevo provato riguardava soprattutto la parte tecnica relativa all’uso dello “strumento cavallo”, e tutto quello che si faceva con loro era esclusivamente a uso e consumo dell’uomo. Poco o nessuno spazio veniva dato alla conoscenza della loro natura, delle loro modalità di comunicazione e apprendimento, della loro anatomia, di come prendersi cura di loro nel modo migliore, e tanto meno ne veniva dato all’insegnamento di ciò che l’uomo può fare per creare insieme a loro una relazione che non sia esclusivamente utilitaristica.

Solo quando ho conosciuto i princìpi della Scuola Italiana di Horsemanship ho trovato quello che più assomigliava alla mia idea di equitazione. Dal 2014 al 2018 ho frequentato e concluso i corsi e i workshop di 1° e 2° livello con l’istruttrice Valentina Bonera e ho partecipato al corso di formazione con l’istruttrice Monica Dovara, conseguendo il diploma di istruttore di 1° livello della Scuola Italiana di Horsemanship. Successivamente ho sostenuto l’esame e ottenuto il brevetto di Tecnico di 1° livello ENDAS.
Sempre nel 2014 è arrivata Galatea, la cavalla grossa e nera che sognavo da piccola, e che mi sta insegnando le cose più importanti che ho bisogno di imparare sui cavalli, e soprattutto su di me.
Ed è davvero strano, ora, trovarmi “dall’altra parte della cattedra”… perchè una delle cose più importanti che ho imparato dai cavalli è che insieme a loro non si finisce mai di imparare, davvero mai.
Per questo il mio percorso formativo è in costante evoluzione. Continuo a partecipare ai corsi di formazione e aggiornamento dell’istruttrice Monica Dovara, continuo a mettere in pratica ciò che imparo insieme a Galatea, osservo con curiosità e nuova consapevolezza le altre realtà dell’equitazione, cercando il modo migliore per integrare i principi della Scuola Italiana di Horsemanship agli insegnamenti delle discipline classiche, e sto imparando tantissime cose grazie ai miei allievi (umani ed equini).

Come istruttrice di 1° livello posso aprire la porta della curiosità, posso farvi conoscere la vita dei cavalli e insegnarvi come muovere i primi passi nella loro realtà, come capirli e farvi capire in modo rispettoso ed efficace… come costruire solide fondamenta per una relazione basata su rispetto e fiducia… e il resto del viaggio è tutto da scoprire, diverso e sorprendente per ogni cavallo e per ogni persona. La relazione con i cavalli – come ogni vera e importante relazione – cresce, cambia, evolve, e chiede impegno, attenzione, rispetto e infinito amore.

(fotografie di Katiusciag)

★ Articoli ★

Più divento grande e più mi rendo conto che le parole, da sole, non bastano. Non bastano per convincere, non bastano per spiegare, non bastano per trasmettere davvero qualcosa.
Imparare a comunicare con creature che non usano il canale verbale ma “soltanto” il corpo, l’espressione, la postura, la prossemica, mi ha fatto capire quanto siano spesso inutili, fuorvianti e sopravvalutate le parole.
Monica e Valentina parlano e spiegano tanto ai nostri corsi e – giuro! – vorrei avere un registratore per non perdere nemmeno una sillaba di quello che dicono, perchè so che le loro parole sono doni davvero preziosi, frutto di tanto studio e tantissima esperienza diretta, ma so anche che quello che veramente conta, e che mi rimane impresso, è quello che osservo.
Perchè quando siamo inesperti, siamo come bambini. Cerchiamo il riferimento da seguire, il modello a cui assomigliare. E come bambini impariamo imitando i “grandi”, facendo quello che fanno, diventando come loro.
Nel maneggio in cui tenevo la mia belva fino a pochi mesi fa, c’era una ragazza che montava in modo terribile. Bell’assetto, tecnicamente capace, ma era tutto frustino, speroni e mano pesante, cavallo incappucciato con redini di ritorno, martingale e altri attrezzi di cui non conosco il nome, e più il cavallo si opponeva più lei andava giù pesante, facendolo galoppare per ore intere fino a sfiancarlo.

Un giorno venne il suo istruttore (non faceva parte dell’organico di quel maneggio) e tutti noi tirammo un sospiro di sollievo: “finalmente qualcuno le dirà di trattare meglio quel povero cavallo”… ma poi l’istruttore salì in sella, e ripropose lo stesso identico film dell’orrore visto fino al giorno prima, ma in veste maschile. L’allieva era IDENTICA al suo istruttore, nella tecnica, nei modi, nell’arroganza.
Di questo dobbiamo essere ben consapevoli.
Come futuri istruttori di horsemanship dobbiamo essere capaci di schematizzare e spiegare, dobbiamo sapere tanto per condividere e insegnare, dobbiamo fare, fare e ancora fare per raggiungere l’eccellenza (vari studi sull’argomento “eccellenza” dimostrano che servono almeno 10.000 ore di esercizio, che sono 3 ore di allenamento 365 giorni all’anno per almeno 9 anni…), ma come istruttori – e forse prima di tutto come esseri umani inseriti in un tessuto sociale – abbiamo l’enorme responsabilità di essere davvero ciò che insegniamo.
Che non significa “ti faccio vedere come si fa, stai a guardare” ma scaturisce dal nostro modo più profondo di essere e di vivere: chi siamo e cosa facciamo quando nessuno osserva. E questo è l’horsemanship che riguarda le persone e non i cavalli. Se sei uno stronzo, stronzo resti, anche se sei bravissimo a far piroettare il cavallo e a raccontare agli altri quanto sei bravo. Ma se credi davvero nel rispetto, nell’ascolto, nella gentilezza, non puoi crederci solo quando fa comodo. Io adesso osservo le azioni fuori dal tondino. Sono quelle che mi fanno capire la coerenza e la credibilità di una persona, l’entusiasmo e la passione, la serietà e l’impegno, ed è quello che voglio trasmettere ai miei futuri allievi. Non solo tecnica, ma anche tanto cuore.
Quando ho iniziato ad “andare a cavallo” (ma che brutta espressione…) osservavo e assorbivo come una spugna ogni cosa che vedevo fare agli istruttori e ai cavalieri più esperti di me.
Vedevo speronare, e speronavo. Vedevo frustare, e frustavo. Vedevo tirare le redini e tiravo. E osservavo anche fuori dal campo: osservavo durante il groom, osservavo durante il trasporto, osservavo alle gare, cercando di ripetere quei gesti che credevo giusti… Le domande, chiaramente, erano bandite. Ero troppo intimorita da quelle figure così autoritarie, stizzose e reattive. E poi non ne avevo un’idea, non mi ero informata, e mi fidavo di loro.
Del resto, nei paraggi non c’era molto altro. Lo tsunami Parelli & co. non si era ancora fatto sentire, e le alternative offerte dal mondo “equitazione” della mia zona erano salto ostacoli con allenamento marziale e istruttore cazzuto, team penning con cappello e stivali da cowboy obbligatori oppure passeggiate in branco su cavalli a fine carriera, sfiniti e distrutti.
E smisi per diversi anni, a malincuore.
Poi una sera vidi su youtube Linda Parelli fare libertà in tondino con il suo cavallo Remmer. Ora so che erano giochini semplici per fare spettacolo, ma in quel momento vedere quella ragazza e quel cavallone danzare insieme con allegria e armonia, mi sembrò meraviglioso. Volevo imparare anche io, volevo quella leggerezza, quella sintonia. Da lì iniziò il mio nuovo percorso nell’equitazione, da lì incontrai Valentina e tutta la banda del Red Rose Ranch, e capii che c’era molto altro oltre allo spettacolo in tondino.
Se picchiamo un cavallo, ma anche – più semplicemente – se non prestiamo ascolto alle sue esigenze mancandogli di rispetto, qualcuno che crede nel nostro ruolo o che non ha strumenti per capire e criticare, penserà che è giusto farlo, e si comporterà come noi.
Se invece siamo gentili e assertivi, se i princìpi di ascolto e rispetto fanno parte di noi e del nostro modo di relazionarci con i cavalli, qualcuno osservandoci imparerà ad essere gentile, assertivo, ad ascoltare e a rispettare.
Questa è una bella, grande, immensa responsabilità. Ogni cosa che facciamo ha delle conseguenze sugli altri. Ogni gesto gentile, ogni gesto sgarbato. Ogni decisione che prendiamo (ed è l’unica grande libertà che abbiamo) smuove qualcos’altro al di fuori di noi. Se Linda non avesse fatto pubblicare quel video, se Valentina non mi avesse accolta al Red Rose Ranch con entusiasmo e gentilezza, io forse non mi sarei mai riavvicinata ai cavalli e non sarei qui, a vivere questa bella avventura. Una piccola , semplicissima, cosa può dar vita a enormi rivoluzioni.
Quando penso ai grandi nomi dell’equitazione, alle persone che hanno cambiato radicalmente i metodi di gestione e addestramento dei cavalli, penso che in fondo erano e sono soltanto uomini, come me, come Valentina, come Monica, come Simone, come Francesca, come Stefano… che sono partiti da zero come noi, e – forse a loro volta ispirati da qualcun’altro – hanno creato qualcosa di nuovo, qualcosa che funziona, e hanno condiviso le loro scoperte, mostrando l’efficacia dei loro metodi e ispirando migliaia di altre persone a fare ancora meglio.
Credo che l’equitazione – qualsiasi genere di equitazione, horsemanship incluso – inizi a fare danni quando chi la promuove si chiude in se stesso, convinto di essere il migliore, di non avere null’altro da imparare, di essere finalmente istruttore e mai più allievo, di conoscere e sapere già tutto e non lascia più spazio alla creatività, alle domande ingenue, alla curiosità.
Quando si è convinti di aver finalmente conquistato un pezzetto di qualcosa, e ci si ferma a difenderlo con le unghie e con i denti anzichè condividerlo, anzichè metterne alla prova l’adeguatezza, anzichè cercare il confronto per migliorare, si resta immobili nella verità che fa più comodo, e si diventa ottusi, vecchi e obsoleti.
Il resto si chiama “evoluzione”, e tutti noi, nel bene e nel male, ne siamo pienamente responsabili.

coraggio dal latino coraticum o anche cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cor, cordis (cuore) e dal verbo habere (avere): avere cuore

Ho sempre pensato e scritto tanto durante il mio percorso di istruzione horsemanship, ragionando sui limiti del mio appartenere alla specie umana e cercando di capire cosa davvero fosse importante per i cavalli.
E nonostante tutto il mio ragionare e scrivere, ora mi trovo un po’ in difficoltà… Sono sempre stata una persona molto concreta, pragmatica e poco romantica, e anche se sbaciucchio la mia cavalla sul muso e le voglio un bene dell’anima, ho sempre pensato al nostro binomio in maniera molto pratica: linguaggio da imparare, tecniche da applicare, cose da fare insieme, problemi da risolvere, educazione, ginnastica, igiene, assetto.
Sorridevo divertita quando sentivo qualcuno parlare estasiato del cuore dei cavalli (non inteso come muscolo), sorridevo non certo perché ritengo i cavalli creature prive di emozioni e sentimenti, ma perché vedevo il loro relazionarsi con noi come un semplice adattamento funzionale alla situazione, sicuramente favorito dal nostro saper comunicare in modo efficace, ma senza alcun tipo di apertura.

E probabilmente vedevo questo perché lo stavo creando con Galatea: una relazione quasi esclusivamente “meccanica”, una specie di palestra per allenare quello che imparavo ai corsi di Valentina e Monica, con obiettivi puramente pratici e ricerca costante del risultato (il nostro caro, vecchio, onnipresente EGO).
Poi, quando siamo pronti, arriva la crisi a spazzare via le cose ormai inutili e a farci aprire gli occhi su qualcosa di nuovo, che c’era sempre stato ma non sapevamo vedere. E bisogna ricredersi, e trovare altre verità.
La faccio breve (ci provo): qualche mese fa ho cambiato maneggio, spostandomi da una piccola struttura male organizzata in cui si litigava per avere accesso all’unico campo disponibile, a un bellissimo e immenso maneggio con un sacco di spazio e attrezzato per qualsiasi attività (cross country, mountain trail, salto ostacoli, passeggiate in spiaggia e nel bosco, eccetera eccetera eccetera…). Non potete immaginare la mia gioia!
Così, arrivate nel posto nuovo e piena di entusiasmo, ho preso fuori Galatea dal suo nuovo paddock e l’ho portata in giro in quel mondo sconosciuto. Andiamo a vedere tutto! Andiamo a esplorare! Guarda che meraviglia! Guarda in che posto splendido ti ho portata!
Col cavolo.
Dopo due ore di ignoranza, tentativi di fuga, nitriti disperati, sgarbate invasioni di spazio, repentini dietro-front e strattoni alla corda, mi sono ritrovata seduta sul traverso più basso di una staccionata a piangere come una bambina, mentre Galatea, stanca e rassegnata quanto me, raspava per terra guardando altrove, nel chiaro intento di farmi capire che lì con me non ci voleva proprio stare. Il piccolo buco male organizzato da cui l’avevo portata via era il suo unico punto di riferimento. Era il posto familiare, in cui si sentiva sicura, a casa, tranquilla.
Piangevo perché era ormai chiaro, e scioccante come uno schiaffo che non ti aspetti, che lei non si fidava per niente di me, che io non rappresentavo nulla per lei. Anzi, ero addirittura un problema a cui era legata con corda e capezza, che l’aveva messa in una situazione di disagio e paura pensando addirittura di farle del bene.
Non avevo capito proprio nulla, e avevo sbagliato tutto.
Dopo quel pomeriggio disastroso ho riflettuto un bel po’ sul da farsi e ho chiesto consiglio a Valentina, che senza il filtro della mia emotività impazzita ha capito al volo la situazione e con 4 parole assestate bene mi ha rimessa in riga.
E ho iniziato a guardare la mia belva con occhi diversi. Non era più la cavalla “grossa, nera e ignorante” che credevo di conoscere (la sua ex proprietaria mi ha raccontato cose che voi umani non potete immaginare…), ma era la cavalla “grossa, nera e cagasotto” che affrontava le sue paure come meglio poteva, e a suo modo stava chiedendo aiuto. Occorrevano occhi nuovi per poter vedere senza pregiudizi e un bell’esame di coscienza per ammettere i tanti errori: lei non aveva bisogno di essere rieducata, aveva bisogno di essere rassicurata. Aveva bisogno di essere ascoltata, rispettata, lasciata libera di muoversi con i suoi tempi, guidata con pazienza nelle cose nuove, aveva bisogno di essere tranquillizzata con quintali di carezze (spesso interpretavo la sua invadenza come mancanza di rispetto, mentre probabilmente cercava sicurezza nel contatto… chissà quante volte ho perso la sua fiducia “rimettendola al suo posto”…), aveva bisogno di essere ringraziata per ogni passo in più, di essere lodata per ogni manifestazione di curiosità, di essere stracoccolata per ogni volta che decideva di rimanere insieme a me pensante e tranquilla anziché scaricarmi e fuggire via spaventata.
Aveva bisogno che io capissi di cosa aveva davvero bisogno.Ora stiamo conquistando insieme un metro di spazio alla volta, con calma, senza fretta. E facendo questo sto conquistando la sua fiducia, aiutandola ad affrontare le sue paure e a diventare più coraggiosa (*). Nessuna prestazione eccezionale, nessuna forzatura. Soltanto chiedere di andare insieme, magari trovare un buon motivo per andare (ho trovato distese di erba medica spontanea che sono un’ottima motivazione per esplorare i dintorni!!!) e congratularsi per ogni passo avanti come se avesse vinto il campionato nazionale di dressage. E se la paura prende il sopravvento nessun problema, torniamo indietro fin dove siamo tranquille, nessuno ci obbliga, ci riproviamo più tardi, magari ci arriviamo in un altro modo, con altre motivazioni, in compagnia di altri cavalli, alla mano anziché in sella, magari facendo qualche gioco (pensiero laterale, movimento ritmico, comodità, questo è horsemanship: avere gli strumenti per poter fare quello che occorre nel momento giusto e nel modo giusto, per il loro bene).
E adesso che sa che io non arrivo più per metterla in difficoltà ma per darle una mano a risolvere i suoi triboli, che riconosco le sue difficoltà e i suoi sforzi per superarle, che chiedo poco e ringrazio tantissimo, che non la forzo oltre i suoi limiti ma la aiuto a superarli da sola, è diventata più serena, più tranquilla, più in ascolto, più disponibile, più paciosa e coccolona, e non scappa più via da me per cercare sicurezza altrove.
Di certo non mi sentirete mai dire che la mia cavalla mi vuole bene, che è una amica, una sorella o che so io… ma posso dire che questo cambiamento nel mio comportamento, nel mio giudizio su di lei, nelle mie pretese, ha trasformato un pochino anche lei. Come due che si conoscono un po’ alla volta e un po’ alla volta scoprono che possono fidarsi uno dell’altro, e che insieme riescono a fare molto di più di quello che possono fare da soli. Non riesco a spiegarlo, è questo che mi mette un po’ in crisi… ma ci sono momenti così belli e così intensi che li spiego soltanto pensando a qualcosa che ha a che fare con il cuore (non inteso come muscolo).I cavalli restituiscono tutto quello che ricevono, ma donano soltanto quello che meritiamo.

Una delle cose che mi piace dell’horsemanship – e credo forse uno dei motivi che purtroppo (o per fortuna…) spinge altrove tante altre persone – è che non esiste un manuale di istruzioni da imparare a memoria in due o tre lezioni, che si riveli poi valido ed efficace per ogni persona e per ogni cavallo a cui viene applicato.
Esistono princìpi fondamentali, esistono chiare responsabilità, è indispensabile un discreto bagaglio di cultura equestre, di etologia, di biologia, esiste un linguaggio di cui viene insegnata la grammatica, ma non esistono dogmi, non esistono verità assolute, non esistono schemi da seguire, o guru da imitare a testa bassa e cervello spento.
Questo mi piace, perché lascia spazio e libertà ad ogni singolo individuo, umano od equino che sia, e perché insegna a non dare niente per scontato, a mettersi spesso in discussione, e a farsi sempre e comunque un sacco di domande.
Tutto questo preambolo per giustificare in qualche modo quello che segue. Perché a un certo punto del mio percorso da apprendista istruttore, questa domanda ha iniziato a ronzarmi in testa con sempre più insistenza:
io so davvero mettermi nei panni di un cavallo, so davvero pensare come lui, so davvero capirlo e fare ciò che è giusto, lasciando da parte il mio ego?
La risposta, ebbene si, è stata: NO
Perché è stramaledettamente facile, soprattutto per un principiante inesperto, lasciarsi ammaliare dal messaggio di gentilezza, rispetto e naturalità che passa.
E’ stramaledettamente semplice, e quasi impercettibile, scivolare poi nella presuntuosa convinzione di essere nell’unico giusto possibile, in contrapposizione a tutto il resto fatto finora.

L’horsemanship, nelle mani inesperte o nelle mani sbagliate, rischia di diventare soltanto un bel vestito da indossare, ma che può nascondere sotto il velo anche brutture, errori, ignoranza, ingiustizia, e tanta presunzione.
E’ quello che purtroppo si vede spesso negli spettacoli di tanti improvvisati “Horseman” dell’ultimo minuto… E’ quello che è successo a me appena ho incominciato a raccogliere i primi risultati applicando le tecniche di horsemanship con la mia belva.
Guardatemi! Dice il mio ego, guardate quanto sono brava: la mia cavalla era ingestibile e pericolosa ed ora è diventata buona come un agnellino!
Guardatemi! Dice il mio ego, guardate quanto sono buona: non uso speroni, frustino, imboccatura, e monto a cavallo senza tutti i vostri inutili orpelli!
Guardatemi! Dice, guardate quanto sono generosa: dono alla mia cavalla una vita che somiglia il più possibile alla sua vera natura di animale libero e gregario.
Guardate, guardate pure quanto sono abile: basta un cenno per farle fare tutto quello che voglio.
Io, voi, punto.
E il cavallo?
Quando entra in gioco l’ego, il cavallo torna ad essere ciò che è sempre stato per l’uomo: soltanto uno strumento, un’entità vuota al nostro servizio, un palcoscenico su cui esibire la parte di noi che crediamo migliore.
L’ego ci porta via dalla relazione, dall’ascolto, dalla coerenza, dalla giustizia (nel senso di fare ciò che è giusto). Quando qualcuno mi guarda, l’ego mi fa gongolare se la cavalla esegue bene la richiesta, mi fa imporre un altro esercizio anche se sarebbe il momento di dare comodità, mi porta via dal momento presente, a cercare sguardi di approvazione, che paradossalmente mi gratificano anche quando sono ostili, nella presunzione di essere quella che con il suo bell’esempio smuoverà le opinioni.
Ora, sorvolando sul fatto che per essere davvero un buon esempio ho ancora oceani di cose da imparare e montagne di difetti da correggere, so benissimo che dovrei fare le mie cose fregandomene degli altri, ma il cavallo purtroppo è così: ha la capacità di riempire in fretta molti dei vuoti che ci abitano, e farci sentire meravigliosamente bene.
E qui iniziano tante altre domande.
Un soggetto ego-centrato che fine farebbe in un vero branco di cavalli, in cui il bene comune corrisponde e partecipa al bene di ogni singolo elemento e viceversa? In cui chi non dona tutto sé stesso per quel bene comune viene allontanato ed escluso? Che fine faremmo noi, e i nostri obiettivi ego-riferiti?
Quando siamo nel nostro piccolo branco di due elementi qual è il bene comune da raggiungere che giustifica la relazione e che fa partecipare entrambi volenterosi, fiduciosi e non costretti? Cosa succede invece quando le nostre necessità umane annullano quel NOI che dovrebbe prevalere in una vera ed equilibrata relazione con il nostro cavallo? Quand’è che superiamo quel limite sottile tra l’essere INSIEME ognuno in ascolto dell’altro, e l’essere IO capo TU servo?
Un umano che impone attività inutili o tediose, che non aggiungono esperienze positive ma che unicamente sfiancano e indispongono l’animale, che compagno è? E’ davvero un leader solo chi fa spostare l’altro? Chi chiede senza mai dare? Chi punta all’obbiettivo senza preoccuparsi del percorso? O è un leader chi condivide esperienze positive e fa progredire il binomio in modo interessante e costruttivo, rispettando tempi e attitudini di ognuno?
Credo sia davvero difficile liberarsi dall’ego. Difficilissimo pensare come un cavallo, mettersi nei suoi panni, agire come NOI, come parte di un organismo unico che mira al benessere di tutti, dimenticando orgoglio, pretese, risultati e bisogni personali.
Difficile smettere di essere quello che siamo sempre stati: IO che pretendo da te obbedienza e prestazioni, IO che su di te posso sfogare le mie frustrazioni, IO che attraverso te faccio vedere a tutti quanto sono capace, IO che usando te trovo il mio divertimento, IO che grazie a te dimentico per qualche ora la noia della mia vita, IO che sfruttando te ottengo onore, soldi, medaglie, riconoscimenti…
Senza dimenticare che grazie ai cavalli abbiamo anche vinto guerre, trasportato merci, lavorato terreni, guidato mandrie, tirato carrozze, portato messaggi, riempito pance… ora che è in declino lo sfruttamento “funzionale” è iniziato lo sfruttamento “emozionale”: ora il cavallo non ci serve più per “fare”, ci serve per “essere” (ammirati, pagati, desiderati, premiati, ricordati…).
Ma anche nel branco ogni cavallo serve, e ogni cavallo ha bisogno del suo branco, in uno scambio continuo e dinamico: per arrivare ai pascoli, per trovare l’acqua, per avvistare i pericoli, per sapere in quale direzione è meglio scappare, per giocare insieme e diventare forti e agili, per grattarsi a vicenda dove da soli non si arriva, per dormire tranquilli mentre qualcun altro veglia, per non essere soli e predati, per riprodursi, per proteggere ed educare i giovani, per scaldarsi quando fa freddo, per esplorare nuovi luoghi in tranquillità…
Ma se questi sono i bisogni dei cavalli, i cavalli hanno davvero bisogno di noi? Qual è la leva che li fa spostare verso di noi, e non via da noi?
Tanti a cui ho posto questa domanda mi rispondono elencando tutte le belle cose che gli comprano, dal box con maniglie d’ottone ai finimenti con gli strass luccicanti… altri argomentano senza esitare che fuori dai maneggi i cavalli sarebbero tutti morti ed estinti, dimenticandosi che siamo stati noi ad averli portati via dal loro ambiente naturale e selezionati geneticamente per adattarsi al mondo dell’uomo e non più alla natura… altri presuntuosi (e mi ci metto pure io) si prendono il merito di avergli ridato quella vita naturale che noi stessi gli abbiamo rubato qualche migliaio di anni fa addomesticandoli per il nostro tornaconto personale.
Tutti credono di aver già dato tutto ai cavalli e pretendono in cambio cieca obbedienza e gratitudine, quando forse l’unica cosa davvero giusta da fare sarebbe quella di abbassare lo sguardo al loro cospetto e chiedere immensamente perdono.
Quando siamo prede dell’ego siamo inutili alla relazione, sprechiamo tempo ed energie per cose che non servono a nulla, che non servono a creare o a rafforzare “NOI”, perdiamo contatto con il qui ed ora, siamo distratti da altro, vittime di preoccupazioni non attinenti alla realtà, traboccanti di aspettative, di pretese, di illusioni, e diventiamo assurdi, inefficaci, poco interessanti, probabilmente noiosi, spesso pericolosi.
Questa è l’immagine che mi restituisce il cavallo-specchio. Galatea mi fa capire molto bene quando sto mostrando agli altri, quando faccio equitazione spettacolo, quando sono presa da cose che riguardano soltanto me, incurante di lei. Posso benissimo fregare gli umani con qualche numero ben eseguito, ma non frego lei. Lei lo sente molto bene quando le mie cose interferiscono con noi: a volte sospira ed esegue, più spesso mi manda a quel paese alla maniera equina, ma non si risparmia mai, come dovrebbe fare il migliore dei compagni di branco, di mettermi faccia a faccia con i miei errori, per il bene di entrambe.
Se quello che spero di ottenere è partecipazione volenterosa e non obbedienza passiva e risposte automatiche, se cerco ascolto, rispetto, comunicazione, fiducia, se desidero essere un valore aggiunto alla vita del mio cavallo e non una rottura di balle da evitare ad ogni costo, allora senza dubbio dovrò imparare ad essere un po’ meno IO, e un po’ più NOI.

Fermezza [fer-méz-za] s.f.
Saldezza di princìpi, risolutezza e coerenza di comportamento; coraggio, determinazione.

Durezza [du-réz-za] s.f.
Rigidezza, inflessibilità, severità del carattere e del comportamento; asprezza di modi.

Accondiscendenza [ac-con-di-scen-dén-za] s.f.
Arrendevolezza, remissività, docilità, bonarietà; l’essere incline a consentire agli altrui desideri.

Oggi ho visto la mia cavalla mossa alla corda da una persona che ci sa davvero fare.
Niente horseman da spettacolo, niente Pat o Monty o Buck, niente sussurri, ma anche niente intimidazioni: solo tanti anni di mestiere e una frusta non molto diversa dal “nostro” stick, tenuta attiva in zona 5 (dietro al sedere, per intenderci tutti) ma senza mai toccare o schioccare.
Niente di diverso da quello che faccio io di solito: invio sul cerchio, buon linguaggio del corpo, richiesta di andatura, stick pronto a spingere se c’è bisogno.
Ma oggi, nelle mani esperte di questa persona, ho visto quanto la mia cavalla sa davvero fare. L’ho vista attiva, vivace, piena di impulso, l’ho vista aprire le spalle e allungare le falcate come non credevo fosse capace, l’ho vista galoppare usando bene la schiena senza più cadere sugli anteriori, l’ho vista trottare sulle barriere decisa e leggera, come se volasse.
Ma la cosa più importante che ho visto, mentre guardavo lei muoversi come Dio comanda, è quanto possono essere enormi, su di loro, le conseguenze dei nostri errori.

E non parlo di errori tecnici nelle richieste o nei cosiddetti “aiuti”, parlo di errori di valutazione, parlo di pregiudizi e timori, del non saper vedere oltre le proprie convinzioni, del fatto che per ignoranza e/o per incompetenza, anche se armati delle migliori intenzioni, non riusciamo a comprendere a fondo l’animale che sta insieme a noi dentro al tondino, o sotto il nostro fondoschiena.

E’ una murgese: zampe grosse, passo corto, testa dura e poca voglia.
Questo credevo, questo mi aspettavo da lei, questo le chiedevo e niente di più, e solo questo lei mi dava.
Oggi l’ho capito bene.
Perchè quando ho visto di cosa è capace davvero – mossa da chi ha saputo tirare fuori le sue capacità – ho scoperto che posso spingere le mie richieste oltre i limiti che io stessa le ho dato. E lei semplicemente fa, bella come il sole, come a dire: finalmente hai capito cosa so fare, finalmente credi nelle mie capacità, finalmente hai smesso di vedermi come una povera cavalla svogliata, zuccona e rigida, guarda  invece quanto sono splendida, se tu credi che io lo sia.
Quanti limiti nei nostri occhi, nel nostro cuore, nelle nostre azioni.
Lei l’ho presa che ero ancora principiante, le ho tolto ferri e imboccatura senza essere esperta di bitless e barefoot, ho avuto paura di sbagliare, paura di farle male, paura di chiederle troppo, paura di diventare troppo esigente, troppo dura, di darle noia, di scocciarla.
Sapete, no, come siamo fatte noi donne? La mia bella cavallona picci-picci bacio-bacio… così anziché educare, anziché insegnare la fiducia e il rispetto, diamo vizi e cattive abitudini. Siamo (troppo) accomodanti, (troppo) arrendevoli, (troppo) buone, (troppo) apprensive, (troppo) affettuose, (troppo) mammine con i nostri bambinoni a 4 zampe. E intanto la cavalla se la ride sotto i baffi mentre cerca altrove la sua sicurezza… con la spiacevole conseguenza che poi nei momenti critici decide lei cosa si fa e dove si va, considerandomi né più né meno di uno zainetto ingombrante sulla schiena (che ogni tanto tenta di levarsi di dosso).
Esageravo in bontà, sforando poi nella eccessiva durezza quando non ottenevo le risposte giuste. Quante volte mi sono trovata a pensare “ma come, io sono così buona con te, e tu ti comporti così?” lasciando spazio allo sconforto, alla rabbia, alla confusione. Ero la fonte dei suoi problemi, la benzina sul fuoco, la vittima del suo carattere forte e la carnefice della nostra relazione. Ero incoerente e ingiusta, dr Jekill e mr. Hide: prima esageratamente buona e dolce, poi all’improvviso rabbiosa e sgarbata. Con l’unico risultato di perdere la sua fiducia.
E invece – come spesso accade – la cosa giusta sta nel mezzo: fermezza, saldezza di princìpi, e coerenza di comportamento; coraggio, determinazione, costanza, pazienza, comprensione, senza sfociare nella durezza, o scivolare nell’accondiscendenza.
Ed è misterioso, e anche bello, che alcune risposte arrivino proprio quando non sto chiedendo nulla, da una persona da cui mai e poi mai mi sarei aspettata una lezione di questo tipo, in un momento in cui proprio non pensavo di avere qualcosa di così importante da capire.
E invece…
E invece si ricomincia di nuovo, con in tasca questo nuovo pezzetto di consapevolezza in più.
Spero che la mia cavalla abbia la pazienza di sopportarmi ancora un po’ … ma se conosco almeno un pochino i cavalli, credo proprio che ce l’avrà…
Ora so che lei non ha bisogno dei miei baci sul muso, di sicuro non ha bisogno della mia compassione e tanto meno della mia rabbia e della mia confusione. Non ha bisogno dei miei dubbi su di lei. Lei ha bisogno del mio coraggio, della mia fiducia, ha bisogno di chiarezza, di coerenza, ha bisogno che io sappia bene cosa voglio fare e come voglio farlo, quando mi rivolgo a lei. 

Vedo tante persone intorno ai cavalli, vedo miriadi di emozioni aleggiare intorno ai binomi, vedo i tanti “perchè” che ci portano nei maneggi, invece non capisco ancora “perchè” loro non si liberano di noi con un bel calcio assestato bene… (forse che abbiano già imparato che quella è la corsia preferenziale per il macello?).
Non sono mai stata molto romantica sulle questioni del mondo… non credo al destino, se non nella misura in cui credo che ogni cosa brutta che ci capita può demolirci o farci crescere, e che le cose belle servono a darci la spinta nei giorni peggiori. E non credo nemmeno che i cavalli siano capitati “per mano del destino” accanto a noi per uno scopo superiore, per insegnarci a vivere e per renderci belli, giusti e sprizzanti gioia.
Invece sono certa che nessuno insegna per davvero, se dall’altra parte non c’è qualcuno che ha davvero voglia di imparare.
E sono anche certa che i cavalli non tirano fuori il meglio di noi (se fosse vero l’umanità non sarebbe arrivata al punto in cui si trova ora…) ma tirano fuori semplicemente NOI, nel bene e nel male, liberandoci dalle maschere che ci nascondono.
E se è vero che nel profondo dei loro occhi c’è ancora la dignità di un animale che non ha mai tradito sè stesso pur mettendosi al nostro servizio, nel profondo dei nostri occhi, che cosa c’è?
Siamo in grado di vederlo, e di reggere lo sguardo?

Dentro al tondino non valgono più le regole della società “civile” che ci fanno carini, gentili, beneducati, tranquilli, inquadrati, ordinati, regolari, a volte rassegnati, spesso profondamente infelici, ma comunque protetti e sicuri.
Dentro al tondino queste cose crollano come castelli di carte, tutte le convinzioni e le sicurezze che ci fanno camminare a testa alta per la strada, qui si sciolgono come neve al sole, rivelando la bestia nascosta dentro l’uomo, la vera creatura che abbiamo nell’anima, il piccolo mostro che alberga in ognuno di noi.
Ma non sto parlando del predatore che tutti i cavalli temono. Noi non siamo predatori. Non sentitevi così ganzi. Spogliamoci un attimo dei vestiti e dell’attrezatura, facciamo finta di entrarci nudi, in quel tondino, come è nudo il nostro cavallo davanti a noi.
Abbiamo artigli per afferrare? Abbiamo denti per sbranare? Abbiamo forza sufficiente per uccidere, coraggio per farlo e fame di carne di cavallo cruda, ancora tiepida di vita e grondante sangue?
Ma per piacere…
Noi non siamo giaguari, tigri, leoni… non ne abbiamo l’eleganza né tanto meno la bellezza. Noi siamo scimmie ammaestrate, che della scimmia selvatica hanno mantenuto l’insolenza e la maleducazione.
I cavalli ci guardano con sospetto perchè siamo arroganti e ignoranti, perchè vogliamo fare prima di saper fare, perchè pensiamo che ci sia tutto dovuto – persino il rispetto e la fiducia – solo perché apriamo un portafoglio ed estraiamo una banconota.
Non siamo predatori, ma ci comportiamo come loro, anzi peggio: vogliamo e prendiamo anche quello che non ci spetta, senza rispetto e senza umiltà.
Siamo mal-educati, siamo mal-informati e – cosa ancora peggiore – non abbiamo nessuna voglia di migliorare, e spesso non siamo neanche lontanamente consapevoli di avere nelle nostre mani il potere di farlo. L’addestramento civile della scimmia-uomo ci vuole zitti, accondiscendenti e privi della capacità di ragionare.
Ma torniamo nel nostro tondino: da una parte il nostro cavallo, che non ha mai smesso di essere se stesso, per quanto ammansito ed addestrato, e dall’altra parte noi, che invece non siamo mai stati capaci di essere noi stessi, sepolti sotto alle croste della società in cui siamo nati e vissuti. Siamo più lontani noi dalla nostra vera natura di animali di quanto lo sia mai stato il più violentato e imbrigliato dei cavalli.
E credo proprio che sia quella nostra natura nascosta e soffocata che riemerge, quando siamo con lui. La bestia dentro all’uomo. Ma senza più protezioni, senza maschere, senza bugie, senza trucco.
E spesso è una bestia spaventata, sola, inconsapevole della propria natura animale e selvaggia, piena di forza, ma incapace di usarla. Piena di istinto, di intuito, di retaggi di vita selvatica nei boschi e nelle praterie, ma priva di memoria.
Questa bestia non sa come fare, e allora si agita, si spaventa, si arrabbia, fugge, attacca, usa la forza per non sembrare fragile, non è più capace di sentire, di ascoltare, di capire, di stare nella realtà in modo semplice e puro, a riscaldarsi le ossa al sole dimenticandosi del tempo.
E noi, bellini e ordinati, non sappiamo come gestire questa creatura che ci si agita dentro, e che non ricordiamo più di essere stati.
Il cavallo fa luce dentro di noi. Porta fuori la bestia dentro all’uomo, una creatura scorticata che ha perso ogni legame con la verità. Il cavallo parla con lei e le dà voce, attraverso i nostri strati di apparenza.
Ma siamo noi, SIAMO NOI a decidere cosa farne di lei. Siamo noi a decidere se volerla ascoltare oppure no, se accettarla o rinnegarla, se rinchiuderla dentro di noi o tenerla bene in vista tra le mani.
L’insegnante-cavallo ci mostra il sentiero, ma tocca solo a noi percorrerlo. Tocca a noi la decisione, il primo passo o la fuga altrove.
Non è il cavallo a renderci migliori. Se fosse così non avremmo mai distrutto, saccheggiato, depredato, conquistato e ucciso in sella ad un cavallo.
Io attraverso i cavalli ho scoperto di non essere un gran chè: sono una gran fifona, penso spesso al peggio, non so dare sicurezza, ho mille dubbi e fragilità. Come potevo reagire? Potevo darci su, per non dover prendere atto dei miei limiti. Potevo fingere di essere forte, illudendomi di avere il controllo usando strumenti e intimidazione. Potevo dare la colpa al “cavallo cattivo”, provarne altri cento senza risolvere nulla e alla fine aprire una bella macelleria equina.
E invece ho deciso di prendere per mano la mia paura e portarla fuori, ho deciso di allenare il muscolo mai usato del coraggio e della fiducia, ho deciso di mettere in dubbio tutto quello che mi è sempre stato venduto come indiscutibile verità, e soprattutto ho deciso di non far pagare ai cavalli le colpe che non hanno, e sto diventando una persona migliore.
Forse i cavalli non ci ammazzano a suon di doppiette perché vedono che in fondo siamo soltanto delle buffe scimmie un po’ perse, e che quando facciamo male a loro in realtà stiamo facendo ancora più male a noi stessi. Forse prima o poi ce ne renderemo conto e inizieremo a prendere decisioni più sagge. Forse ci stancheremo di essere sempre in guerra, soprattutto con noi stessi, e impareremo a lasciar andare le cose, a lasciar scorrere la vita, a tornare ad essere animali tra animali nell’equilibro della natura, e a muoverci insieme a lei e non contro di lei.
Ma questo suona un po’ troppo romantico…
Forse semplicemente – come ho sentito dire da certi “superbi” cavalieri – i cavalli sono bestie stupide, e c’è chi gli stupidi li tratta male e chi invece li tratta con benevolenza come si fa coi matti.

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